“Una musica costante”

E’ come vaudeville in francese, zarzuela in spagnolo o in masque inglese. Hausmusik non si può tradurre in nessuna lingua del mondo, tanto meno in italiano. Musica domestica? Musica in casa? Musica da camera? No, non funziona: la hausmusik è hausmusik e basta. E la sua resistenza a ogni tentativo di traduzione non è una mera questione linguistica, semantica o nominalistica. No, la ragione è assai più sostanziale. Hausmusik non si può tradurre in italiano, in francese o in spagnolo semplicemente perché in Italia, in Francia o in Spagna non è mai esistita e non esiste tuttora. Non, per lo meno, nella forma e nella sostanza che questa espressione possiede nella sua culla natale: la civiltà musicale austro tedesca. Perché non si tratta di una semplice modo di fare musica, ma del riflesso di una autentica forma di civiltà, di un modo di vivere, di una weltan-schauung condivisa e praticata all’interno di una comunità sociale coesa e definita. E non certo limitata all’esercizio dell’attività musicale.

Braccio armato (ma solo di violini, viole, violoncelli e pianoforti) di questa pratica è un’altra parola difficilmente traducibile in altre lingue, se non a costo di parafrasi più o meno macchinose: musizieren che potremmo rendere con l’espressione italiana “fare musica insieme”. Con l’accento posto con decisione sulla parola “insieme”. La pratica della hausmusik non è infatti un’attività solitaria, solipsistica, auto referenziale (quella che potremmo definire “studio” ...), ma al contrario prevede e impone la condivisione collettiva, la complicità, l’unione di essere umani simili tra loro. Per praticare la hausmusik non basta riunire nel salotto di casa tre, quattro, cinque musicisti in grado, come condizione minima, di leggere la musica. Occorre appartenere ad una koinè solidale e accogliente che vede nella musica la sublimazione più alta – come ha ricordato Johann Wolfgang Goethe nella sua celebre definizione del quartetto d’archi - della prassi della conversazione. E che quindi non pretende di raggiungere alcuno status professionale nell’esercizio dell’arte interpretativa, ma che è anzi orgogliosa del proprio consapevole dilettantismo. I praticanti, i devoti, della hausmusik formano, sin dal primo Settecento, nei centri urbani di Austria e Germania, un vero e proprio insieme sociale coeso: vengono corteggiati dalle case editrici, che grazie a loro vedono aprirsi un mercato sconfinato, ma anche blanditi dai compositori che per loro, e solo per loro, scrivono musica “privata”, intima, ben lontana dal “discorso pubblico” del concerto e della sinfonia o dell’opera.

Ma quale è oggi lo “stato dell’arte” della hausmusik? Viene ancora praticata nel suo nido natale? Ha esteso i suoi confini? Ha perso il legame storico con la classe sociale che l’ha determinata? A queste domande si può rispondere con un generico “sì” (in effetti tutti questi fenomeni sono puntualmente accaduti) che non spiega però fino in fondo la persistenza di questa pratica illustre. Indubbiamente nei paesi di lingua tedesca è ancora diffusa, sia pure senza la sistematicità di un tempo, l’abitudine di riunirsi nelle case private di Mainz, di Düsseldorf o di Graz per “fare musica insieme”: non è affatto infrequente trovare il venerdì sera, nella casa di un giornalista televisivo, un’ avvocata, un medico, un ingegnere informatico, una giudice del tribunale tirar fuori dalle custodie gli strumenti ed eseguire, subito dopo cena, un Quartetto di Schubert o un Trio di Mendelssohn. I “dilettanti” di oggi non appartengono più  necessariamente ad una borghesia illuminata e colta, ma possono abitare anche i gradini relativamente inferiori della scala sociale. E il fenomeno ha ampiamente oltrepassato i confini della civiltà musicale tedesca. Esistono oggi diverse associazioni, come ad esempio la Associated Chamber Music Players (della quale esiste anche una sezione italiana) che riuniscono musicisti dilettanti di ogni livello e competenza assicurando loro la possibilità di incontrarsi nei luoghi più disparati del mondo per suonare occasionalmente insieme. E anche in Italia ci sono festival e stagioni concertistiche come Trame Sonore a Mantova o Wunderkammer a Trieste che organizzano appuntamenti in case private (a volte tenuti segreti fino all’ultimo istante) ai quali si presentano musicisti di diversa estrazione (in alcuni casi anche professionisti) per il puro piacere di eseguire sonate, trii, quartetti e quintetti. Per non parlare del fenomeno sempre più diffuso dei “concerti in salotto” che, anche durante il periodo della pandemia, hanno parzialmente sostituito i concerti pubblici.
Ma l’aspetto più interessante della sopravvivenza attuale e presente della hausmusik è legato ad un’altra componente basilare di questa pratica antica. Da sempre i concerti “domestici” si sono mossi lungo due filoni opposti anche se complementari: da un lato la presenza di musicisti non professionisti ha indotto i compositori a scrivere musica relativamente “facile”, convenzionale, adatta alle possibilità tecniche e ai gusti, a volte non troppo avanzati, delle classi borghesi. Dall’altra però il carattere privato di questi concerti ha consentito, almeno ad alcuni compositori, di utilizzare la platea ridotta delle dimore private come una sorta di laboratorio in cui sperimentare forme compositive inedite, procedimenti non consueti, soluzioni timbriche e sonore avanzate. E spesso dunque l’habitat della hausmusik è stato un ambiente particolarmente favorevole al rinnovamento del linguaggio compositivo. Ecco, è forse quest’ultimo aspetto che la hausmusik contemporanea sta mettendo maggiormente a frutto. Compositori ed esecutori continuano a “conversare” tra loro, in ambiti “domestici”, senza sentire l’obbligo del confronto con pubblici ampi e indifferenziati, lasciando a volte libere le redini della scrittura più radicale e sperimentale. Senza dimenticare il carattere appartato, discreto, poco appariscente della luminosa tradizione tracciata dalla “musica domestica”. Che dunque non è certo morta, anzi, sembra più viva, fertile e presente che mai. Come dimostrano del resto gli infiniti percorsi delle Settimane Musicali al Teatro Olimpico che non a caso hanno posto come propria insegna, quest’anno, un’espressione che nessuna lingua può tradurre, ma che la musica e i musicisti sanno perfettamente declinare al tempo presente.


Guido Barbieri